Archivi categoria: Essere rappresentate e diritto di cittadinanza

Parole che contano, silenzi che parlano.

 “Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione ” (E. Goldman)

Questo è stato lo spirito con il quale abbiamo dato vita al sit-in, venerdì pomeriggio nell’aria frizzante di un’assolata Reggio autunnale, sulle scale del Consiglio regionale . Munite di valigie di cartone su cui avevamo scritto i nomi del governatore Giuseppe Scopelliti e di tutti i suoi assessori, affiancati da una destinazione (esotica) e da una scritta “adesso partite voi”. Abbiamo aperto ombrelli, ciascuno con una lettera dell’alfabeto, a formare la scritta “Andate via”. Abbiamo suonato tamburelli e fisarmoniche, danzato con sciarpe annodate. Ma soprattutto “ci abbiamo messo la faccia”, abbiamo preso parola e abbiamo restituito memoria e valore  ai pensieri di chi ha lottato fino in fondo contro la ‘ndrangheta, rimettendoci la pelle.

Abbiamo denunciato l’esistenza di un lungo processo che ha portato, nella nostra regione, a una vera e propria morte della responsabilità politica, che investe sia chi amministra la cosa pubblica – la presunta classe dirigente – sia quella gran parte di cittadini e cittadine che, con la loro indifferenza, avallano modelli culturali radicati nel malaffare e nella disonestà.  

Noi Donne Calabresi in Rete abbiamo voluto   lanciare un segnale, alla classe politica e alla cittadinanza, per risvegliare l’attenzione su una situazione di degrado morale e materiale non oltre conciliabile con un paese che voglia dirsi civile. Abbiamo praticato e cercato la partecipazione, l’indignazione, la coralità che dovrebbe scaturire dall’unanime interesse di opporsi alla “coazione a ripetere” del degrado. Abbiamo preso atto della lettera di accompagnamento alla relazione della ministra Cancellieri riguardante il comune di Reggio Calabria, nella quale si parla in maniera inequivocabile di continuità della contiguità con la ‘ndrangheta tra l’amministrazione di Arena e l’amministrazione precedente, quella di chi è oggi governatore della nostra regione. Ma prima ancora avevamo preso atto dell’arresto di consiglieri e assessori regionali per reati gravissimi, dei vari “rinvii a giudizio” di chi dovrebbe rappresentarci, della mancata risposta alle emergenze concrete della nostra regione, a partire dalla sanità pubblica, dove pare evidenziata una grave insufficienza della gestione commissariale affidata a Scopelliti, per arrivare alle emergenze dell’edilizia scolastica; passando per la precarietà, il disagio economico e la crisi sociale , ai giovani e le giovani che continuano a emigrare, a lavoratori e lavoratrici senza stipendio e disoccupazione alle stelle, nel quadro di una radicale mancanza di diritti; per non parlare di immondizia, depuratori guasti, mare sporco, strade dissestate e tutte le belle cose di Calabria che ciascuno di noi ben conosce. La classe politica non dà risposte e si affanna a dare un’immagine di se stessa e di questa terra la cui sostanza è solo mediatica.

Sono troppi,  tutti ugualmente preoccupanti, i dati che manifestano un’incapacità o una mancata volontà di affrontare e tentare di risolvere questioni che stanno portando alla deriva la nostra terra e le nostre vite. Ma sembra che non siano importanti. Sembra che non facciano parte della cosa pubblica. In Calabria chiunque abbia governato ha fatto sempre quel che ha voluto. Cos’altro deve succedere perché la cittadinanza alzi la testa e dica basta, esigendo una vera politica fatta di diritti e di responsabilità, che finora, anche quando i nomi sono cambiati, è rimasta sempre la stessa?

Rispetto a un’amministrazione regionale la cui immagine è inquinata e il cui lavoro è compromesso, la classe politica avrebbe dovuto, da tempo,  prendere atto del proprio fallimento e agire di conseguenza, dimettendosi. Sarebbe stato   doveroso che, quantomeno dall’opposizione, si fosse levato un moto di dignità, che tuttavia non è arrivato, anche attraverso le dimissioni dei suoi consiglieri che fanno parte della giunta. Ma sappiamo bene che potere e politica non sono la stessa cosa, e non ci siamo meravigliate che questa possibilità non sia stata valutata neanche come ipotesi. Facile dire che non ci sono i numeri. Facile sostenere che sarebbe inutile. Allora tutto diventa inutile: ogni parola, ogni azione. I valori ai quali dovremmo ispirarci. L’esistenza di una società.

Se la classe dirigente politica si mostra irresponsabile, tocca alla società civile ricordarle che l’irresponsabilità  è un lusso al quale la cittadinanza deve opporsi con forza e che democrazia non è solo apporre una croce su un simbolo, per conferirle un mandato in bianco grazie al quale potrà fare i propri interessi. Democrazia è pretendere di ridefinire quel concetto di cittadinanza che  oggi è diventato un continuo porsi sotto ricatto e sfruttamento.

Non significa ritenere di non poter dissentire dal potere, perché si è in attesa della pubblicazione di una graduatoria di un bando pubblico, scambiando così un diritto fondamentale, che è quello di partecipare e vincerea un bando, con la concessione di un favore. Non significa fare melina, aspettando di avere mea culpa e risposte che – si sa – non arriveranno mai; e neanche limitarsi alle analisi, pretendendo di avere la primogenitura dell’elaborazione politica e per questo scegliendo di non sostenere chi dissente concretamente, in base ai medesimi principi. È chiaro che, in questi casi, la perdita di credibilità è su tutti i fronti. È totale.

L’assuefazione a logiche ormai ritenute ovvie e la mancanza di quello “scatto culturale” che pensa in termini di diritti e non di favori, si mostra infine complice attivo del degrado. Non ci si stupisce più dei danni che la Calabria continua a subire, ritenuti scontati, indiscutibili e immutabili, proprio come le catastrofi naturali, in tal modo contribuendo a renderli definitivamente tali. A tutto questo diciamo NO: questo è il senso della presa di posizione che abbiamo incoraggiato, un richiamo alla partecipazione e all’indignazione, nel segno della responsabilità – che, vogliamo sottolinearlo, spetta alla politica come alla cittadinanza. Si tratta, evidentemente, di un NO che è anche un SI’: un sì alla possibilità di una Calabria diversa, che cominci dalla partecipazione e dall’intransigenza; i diritti, infatti, non arrivano mai dall’alto.

Fino a quando le donne parlano di violenza di genere e democrazia paritaria pare non creino disturbo. Viceversa, diventiamo un elemento di novità e disturbo all’interno delle comuni logiche politiche, sia maschili che femminili, nel  momento in cui, con modalità differenti , vogliamo essere protagoniste del nostro diritto di cittadinanza a tutto tondo.

Oggi sappiamo che in Calabria è molto difficile sostenere un’idea e una pratica politica che s’infrangono contro le parate mediatiche, opporsi a stereotipi consolidati ispirati alla rassegnazione, al disfattismo, al bieco opportunismo, o a quelli che aderiscono alla storiella del “cecami da un occhio” per rivendicare e inaugurare nuove modalità di accettazione del degrado. Ma è necessario. È necessario andare oltre le parole. Oltre il disfattismo. E riprendere saldamente in mano i contenuti, la sostanza, gli obiettivi. Perché la Calabria non può più permettersi la frammentazione che pure ha continuato a rendere possibile il gioco facile a chi l’ha sempre scambiata per un  mero bacino elettorale, e non come una terra di cittadinanza, dignità, partecipazione e diritti.

Quella di venerdì è stata solo la prima mobilitazione di donne e uomini calabresi che non si nascondono dietro a sigle o simboli. Le Donne Calabresi in Rete sono pronte a proseguire quanto iniziato assieme, per affermare che “esiste un’altra politica che non coincide affatto con il potere”, per ritessere pratiche e discorsi, per dare corpo a quelle istanze di cambiamento che – in Calabria come altrove – esistono ma sono spesso offuscate dalla rassegnazione, dalla prudenza, dalla paura e dalle divisioni.

Denise Celentano, Doriana Righini, Giovanna Vingelli per DCR

*  *  *

(QUI acune fotografie e QUI un commento a caldo di Paola Bottero)

foto di Simona Canino

Annunci
Contrassegnato da tag

Una settimana di adesioni.

<< Ci serve un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti, […]La libera disponibilità delle nostre forze e l’indipendenza simbolica dai mezzi del potere vanno insieme ed è questo “andare insieme” che ci ha mostrato realisticamente le possibilità che abbiamo di esserci in prima persona in ciò che accade. >> (Luisa Muraro)

  Continua a leggere

Appello delle donne: La Calabria che non ci sta, prenda posizione!

APPELLO DELLE DONNE: LA CALABRIA CHE NON CI STA PRENDA POSIZIONE

Le Donne Calabresi in Rete sono un gruppo informale di donne che crede nella possibilità di cambiamento della Calabria. Vogliamo farci interpreti, come donne di differente pratica politica e provenienza, del sentimento di chi in Calabria è stufo di una classe dirigente irresponsabile e di tutto il substrato culturale che l’ha resa possibile.

Pensiamo che il cambiamento possa e debba partire proprio dalle donne, che per prime pagano lo scotto della crisi e di certi modelli culturali arretrati, che sembrano essere accettati sia nella sfera pubblica che in quella privata. Ma vogliamo, anche, dar voce a un’istanza comune e trasversale al genere, alla provenienza politica, all’età: un’istanza di onestà, responsabilità, competenza e lungimiranza politica, ad oggi assenti nella nostra terra. Ci preme sottolineare che non ci muove alcun interesse particolaristico, nessun tornaconto personale, nessuna pubblicità, nessuna etichetta. Ci proponiamo solo di lanciare un segnale sperando che venga raccolto da tante e da tanti.

C’è una Calabria onesta e responsabile che è solo marginalmente rappresentata dalla politica calabrese: che è resa, di fatto, invisibile. Ma c’è. Essa è fatta di tante persone che ogni giorno si impegnano, che non sono assuefatte e alla possibilità di un vero riscatto ci credono davvero, e tuttavia sono schiacciate dal peso dell’“altra Calabria”:  quella che “detta legge”, quella che è “rinviata a giudizio”, quella che porta un Comune nel baratro di un vertiginoso debito che dovrà essere pagato da chi non l’ha creato, quella che non riconosce i propri errori e che non si dimette pur avendo evidentemente fallito, quella che ha stravolto il concetto di politica fino a risolverlo nel suo opposto, quella che è “contigua” alla ‘ndrangheta, quella che dà il voto in cambio del posto di lavoro, quella che promette il posto di lavoro in cambio del voto, quella che grazie agli “agganci” si fa strada in politica come nell’azienda, nell’istituzione come nel piccolo quotidiano. 

In questo contesto, il caso di Reggio Calabria è esemplare poiché con il commissariamento si è arrivati alla sanzione definitiva, benché già chiara da tempo, della condizione di degrado in cui versa questa terra. Crediamo che il commissariamento costituisca una importante cesura per la città di Reggio, ma che, per Reggio come per tutta la Calabria, tale rottura non possa essere affidata solo alle istituzioni. Tanto più che il commissariamento non ha, in concreto, coinvolto il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, che del “modello Reggio”, continuato organicamente dalla gestione di Arena, è precursore e ideatore. Scopelliti e la sua Giunta avrebbero dovuto dimettersi già da tempo, per gravi fatti di dubbia trasparenza, e la decisione di non farlo è un altro esempio del modello politico che contestiamo: buonsenso e responsabilità esigerebbero che ci si facesse da parte, senza continuare pervicacemente a rovinare in termini materiali – e anche di immagine – la Calabria.

Non ci si deve aspettare che un deus ex machina possa, da solo, far rinascere la Calabria. Sono soprattutto le persone che devono dire basta alla mentalità e alle azioni individuali che hanno reso possibile che si sviluppasse questa classe dirigente, e il difficile momento che viviamo può essere l’occasione per farlo, tutte e tutti insieme, per rendere davvero profonda la transizione verso una Calabria migliore.

Qualcuno ha evocato la democrazia contro il commissariamento. Crediamo che la democrazia non sia apporre una croce su un simbolo per conferire alla classe politica un mandato in bianco grazie al quale fare i propri interessi. Democrazia è responsabilità, con il fine sempre fermo del bene comune: la trasparenza ne è imprescindibile requisito, e le persone che vivono in Calabria devono farsene carico per prime, in modo esigente, coerente e netto. La Calabria che non ci piace, la Calabria che continua a paralizzare se stessa nel perverso circuito di particolarismi, parassitismo e malaffare a tutti i livelli del vivere sociale, non può e non deve continuare a detenere il monopolio della Calabria e di chi in Calabria vive.

È allora urgente e necessario, per tutte le realtà positive che non ci stanno, fare rete, poiché l’isolamento indebolisce l’impatto politico di ogni presa di posizione. Le calabresi e i calabresi che si oppongono con forza all’ideologia e alla pratica della corruzione come altare collettivo sul quale sacrificare il presente e il futuro di una terra, devono essere le prime e i primi a prendere inequivoca posizione, per esprimere in modo netto il dissenso rispetto all’attuale modello culturale e politico improntato alla mancanza di trasparenza, alla spregiudicatezza politica, ai “chiudiamo un occhio” fatti propri da troppi. L’appello non si esaurisce nell’attacco a una singola personalità politica. Chiedere insieme le dimissioni dell’attuale classe politica è solo un aspetto, sia pure decisivo, di una radicale istanza di rinnovamento, che può partire solo da una presa di coscienza tradotta in azioni concrete da parte delle persone e dall’espressione netta e trasversale di questa.

Esigiamo il rispetto dei nostri diritti, senza barattarli. Consideriamo i nostri diritti per quelli che sono: diritti, e non favori. Monitoriamo, insieme, la politica; alziamo la voce quando sbaglia; ribadendo che con la Calabria e con le nostre vite non si può continuare a giocare e che non si può far pagare in eterno alla collettività lo scotto di scelte miopi ed autoreferenziali.

Diciamo no alla Calabria dei favori, per costruire la Calabria dei diritti. Togliamo il monopolio politico ma anche mediatico ai miopi apologeti dello status quo. Vigiliamo e arrabbiamoci, costruttivamente, insieme, perché questa storia finisca!.

Diffidiamo da ogni disfattismo e dai soliti “tanto si sa come vanno le cose”. Crediamo e auspichiamo concretamente che sia possibile, per la Calabria onesta, unirsi, dare un segnale forte, produrre degli effetti. Soprattutto, crediamo che crederci sia il primo passo per ogni evoluzione positiva. La Calabria così com’è oggi non è eterna: si può cambiare. Basta volerlo. E farlo.

Il 9 novembre a Reggio Calabria, davanti al Consiglio Regionale, senza bandiere, diciamo insieme NO a Scopelliti e a questa classe dirigente, NO all’irresponsabilità e al malaffare nei luoghi della politica, NO al baratto dei diritti con i favori.

Noi ci mobilitiamo e tu?

Per aderire invia mail a donnecalabresinrete@libero.it

SCARICA il documento in PDF

SCARICA qui IL COMUNICATO STAMPA

DCR

Contrassegnato da tag , , ,

La responsabilità delle donne, proposta di dibattito pubblico.

Sala Giunta del Comune di Catanzaro, 22 gennaio 2011. Un particolare significativo, foto di Reno Ammendolea Continua a leggere

Contrassegnato da tag