“Malanova”.

Recensione di Donne daSud

Tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola. Poi mi butti giù poi mi butti giù come fossi una bambola

“Malanova” racconta la storia di Anna Maria Scarfò, una ragazzina che fu stuprata per la prima volta a tredici anni da quattro ragazzi del suo paese, San Martino di Taurianova provincia di Reggio Calabria.
Una violenza perpetuata per tre lunghi anni dal branco che nel corso del tempo si è allargata sempre di più fino a trasformare il segreto di un crimine, nella pubblica etichettatura di Anna come “troia del paese”. Tutti sanno, ma tutti fanno finta di non sapere: questo è il paese. Anche questo è Sud.
Una storia che termina con la denuncia dei suoi carnefici e che porterà Anna il febbraio del 2010 a vivere sotto scorta all’età di ventiquattro anni. Già questo dovrebbe bastare. Già questi pochi dati ci dovrebbero offrire una riflessione e il senso delle cose.
Il pudore con cui sentiamo di doverci approcciare davanti a storie di violenza, ci porta sempre a voler conoscere lo stretto necessario, a non voler addentrarci nella morbosità dei dettagli, nella descrizione minuziosa dello stupro o della persecuzione.

Sarà un rigetto indotto dalla televisione che invece brama per i particolari più torbidi ma in cuor nostro coltiviamo sempre la speranza che questi delitti si riescano a condannare indipendentemente dal curriculum vitae della vittima e del carnefice o dal grado e dal livello di violenza fisica subita e agita. Ci piacerebbe che una volta riconosciuto l’atto di violenza non si stesse lì a scavare, a scavare e a scavare.

Con “Malanova” questa nostra convinzione è venuta a cadere.

Il libro, scritto dalla stessa Anna Maria Scarfò insieme alla giornalista Cristina Zagaria, descrive i particolari più crudi, quelli più raccapriccianti, quelli su cui Bruno Vespa costruirebbe tre, quattro puntate di Porta a Porta, insomma quei particolari che ti prendono allo stomaco e non ti mollano più per giorni e giorni.

Il nostro sentire diverso non è dovuto solo al fatto che chi racconta è direttamente la vittima – e già questo sarebbe sufficiente a non avere nessuna remora ad ascoltare anche il dettaglio più pesante e minuzioso – ma è qualcosa che va aldilà del rispetto per la testimonianza. Tutto quello che abbiamo letto, l’abbiamo considerato necessario.

Anna Maria Scarfò dice molto dei suoi stati d’animo, della sua famiglia, e della sua sofferenza, dice anche molto di quei rapporti sessuali imposti, ma soprattutto dice tutto dei suoi carnefici e di quel paese complice. Mette in atto un grande gesto di liberazione, attraverso l’uso della parola. “Il segreto del nome” e la potenza del suo disvelamento è il grande atto di liberazione e di autodeterminazione che dona anche a tutte noi. Vedere i nomi e i cognomi di quegli uomini, conoscere le loro storie, ce li mette davanti, lì in carne ed ossa. Non sono semplicemente uomini, padri, figli, mariti e fidanzati qualsiasi, sono Domenico Cucinotta, Michele e Domenico Iannello, Domenico Cutrupi. Poi Serafino Trinci e Vincenzo La Torre. E ancora Maurizio Hanaman e Antonino Cianci. Non è senso di vendetta, è la riappropriazione di un pò di sonno, di un pò di vita, di un pò di giustizia.

Denunciando e raccontando attraverso questo libro ogni passaggio della sua storia Anna si espone alle minacce del sistema, all’ignoranza del paese, alla superficialità e all’incapacità della comprensione dei lettori.

Ed è proprio il paese che diventa personaggio in questa vicenda. San Martino di Taurianova, una terra difficile, una natura selvaggia e una mentalità radicata nella cieca difesa della famiglia come luogo da non violare pure di fronte all’evidenza. “I panni sporchi si lavano in famiglia”, denunciare, uscire dall’omertà e dalla sopraffazione non è ammesso.

Anna Maria tira fuori una forza, una dignità, un coraggio che rimanda ad una figura eroica e centrale nella battaglia per l’emancipazione delle donne, un’altra donna del sud: Franca Viola nella Sicilia degli anni 60 venne sequestrata e violentata, “disonorata” per sempre. Non avrebbe dovuto far altro che sposare il suo violentatore, invece disse No.

Anna Maria ha avuto giustizia, i processi sono stati quattro, le condanne dodici. Ma la libertà è un’altra cosa.

Anna dopo il primo abuso, in cui viene trascinata di forza in una casa, si presenta di volta in volta agli appuntamenti degli stupratori di gruppo organizzati. Considerare questo elemento come un atto di volontà è la vera barbarie da sconfiggere. È avvilente sentire nostri coetanei, donne e uomini, impegnati, colti, porsi la domanda: “ma lei perché ci andava?”.

Questa domanda è il segno tangibile di quanto ancora siamo lontane dall‘assunzione di responsabilità collettiva. Come ancora non si capisce il modo in cui è stato concepito questo mondo e i ruoli e i rapporti che intercorrono tra le persone che lo abitano. Quanto sia profondo il senso di colpa che ci è stato introiettato e quanto pericolosa e distruttiva è la dipendenza dalla violenza che te lo deve far dirimere. Anche su questo punto Anna è straordinaria, perché ce lo dice senza psicanalizzarsi ma semplicemente affermandolo con un grande senso di disperazione: i suoi violentatori erano diventati i suoi unici amici.

Non il prete, o la suora ma quei ragazzi che la davano in mano ad un altro sconosciuto per pagare un debito, che la prendevano a calci nella pancia per paura che fosse incinta, che la facevano svenire dal dolore. Sì, loro erano i suoi unici amici.

Un’ ultima considerazione la vogliamo dedicare alla sua famiglia, che ha un ruolo centrale nella nascita e nella conclusione di questa storia. La paura e la vergogna portano Anna a non confessare i ripetuti stupri ai suoi genitori ma l’idea di vedere sua sorella nelle sue stesse condizioni le da la forza di denunciare, di provare a riprendersi la sua vita, di raccontare tutto.

Da quel momento la sua famiglia diventerà una pigna, un blocco compatto di difesa. Affronteranno il paese con la dignità di persone semplici ma per bene che amano e proteggono la propria figlia. La proteggeranno anche da quelle manifestazioni che chiedono all’opinione pubblica di non criminalizzare un intero paese e da quegli striscioni che ipocritamente solidarizzano con Anna senza averla accanto.

E nonostante tutto: Questa piccola donna ha raccontato la sua storia perché non ha smesso di credere in sé stessa e nella sua terra.

fonte: zeroviolenzadonne

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