La povertà della Calabria e l’inesistente politica di genere.

La povertà della Calabria e l’inesistente politica di genere. di Marisa Palasciano (dal http://marisapalasciano.blogspot.com/)
“”L’incontro delle “Donne Calabresi in rete” tenutosi sabato 9 ottobre a Cosenza alla casa della cultura a difesa della continuità dell’attività dei Centri a sostegno delle donne che hanno subito violenze, è riuscito nel suo intento. Un appuntamento fatto tramite face book che ha portato a Cosenza un centinaio di donne dalle varie province calabresi.
Singole cittadine e diverse associazioni, accorse numerose da tutte le province della regione e oltre, per impedire la chiusura del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, ma anche per costruire insieme un percorso organico per affermare un concetto di pari opportunità che nella nostra regione fatica a farsi spazio, a cominciare dalla composizione maschile della Giunta e del Consiglio regionale. L’incontro mi ha sollecitato alcune di riflessioni di ordine tecnico e sociali, infatti, un approfondimento alla legge regionale n. 20 del 2007 che promuove le attività dei centri e delle case di accoglienza per le donne che subiscono violenza, è d’obbligo. La legge in esame è innovativa e utile per le strutture alle quali possono rivolgersi tutte le donne, sole o con figli minori, indipendentemente dal loro status giuridico o di cittadinanza, che siano vittime di violenza psicofisica, sessuale, economica o di maltrattamenti.Inoltre, la legge regionale n. 20 all’art.11 prevede la concessione di contributi ai comuni che ne fanno richiesta per la ristrutturazione e l’adeguamento dei beni immobiliari confiscati alla criminalità organizzata da destinare alle strutture di cui agli articoli 4 e 5 della medesima legge.
Insomma, esistono tutti gli strumenti legislativi utili per mettere in atto una rete regionale di centri di accoglienza che porranno fine alle precarie condizione delle attività connesse all’accoglienza delle donne che hanno subito violenza,ma l’organizzazione burocratica regionale blocca l’attuazione della norma. Infatti, il problema è solo burocratico considerato che la legge impegnava il dipartimento interessato alla pubblicazione bando per la partecipazione alla selezione per l’aggiudicazione della delicata attività di protezione entro il 30 di settembre.
Quella stessa burocrazia che non consente alle risorse professionali che pure ci sono (a mio avviso occorrerebbe rivalutare e presto le funzioni delle Equipe socio psico pedagogiche) di effettuare riscontri puntuali, preventivi ed efficaci interventi sul territorio.
Spiace constatare che la sensibilità per le politiche di genere debba essere sollecitata da emergenze contingenti, anziché, essere parte integrante di un programma partecipato e condiviso con le parti sociali.
La solidarietà va organizzata e resa operativa con politiche pubbliche specifiche che, però, al momento, se si guarda alla realtà della Calabria, sono inesistenti o deboli.
Politiche pubbliche sulla complessità dell’universo femminile che, se in Italia è penalizzata, nelle regioni del Mezzogiorno, assumono aspetti ancora più gravi. In particolare sul violato diritto al lavoro occorre una riflessione nuova. Anche da parte delle donne, soprattutto di quelle che sono impegnate in commissioni di parità, istituzioni e associazioni volte a concretizzare i diritti delle donne, calpestati purtroppo non solo in Calabria.
Lo ricordo appena : la donna continua ad essere, nel mercato del lavoro nazionale, un “caso” per il quale il Governo non ha risposte ( si pensi al numero esiguo ed all’alto costo degli asili nido).
La Calabria, poi, ha il record negativo in assoluto delle politiche a sostegno del lavoro femminile e dei giovani, con l’aggravante che la programmazione della formazione professionale non è fatta in relazione ai reali fabbisogni del territorio, ma in base all’offerta.
In Italia ad essere cittadini dimezzati sono soprattutto le donne, che sono la parte preponderante di quel girone infernale che è la precarietà, quel mercato del lavoro parallelo sottratto a qualsiasi sistema legale di protezione. In questa precarietà senza diritti, le donne sono la maggioranza, segregate fin dall’inizio della loro carriera o a causa delle difficoltà del rientro nel mercato del lavoro dopo la maternità.
C’è, inoltre, un divario medio tra le retribuzioni delle donne e quelle degli uomini , a parità di istruzione e di età, del 26 per cento.
Se guardiamo a cosa accade in Calabria, ci accorgiamo dell’umiliazione che vivono tante donne senza lavoro o costrette a subire datori di lavoro privati che, approfittando del bisogno, lucrano più profitto a scapito dei salari, mortificano l’autonomia e la dignità delle donne.
Se la Regione è diventata negli anni soltanto un Ente pubblico di gestione, abbiamo il dovere di lanciare l’allarme. Non per un’inutile polemica, ma per tentare di rimuovere le incrostazioni sedimentate e mettere la Regione, l’intera filiera di soggetti che ha competenze nella promozione delle politiche sociali e il Terzo settore per fortuna molto vitale (ma che non può sostituirsi a tutto!) in condizione di occuparsi delle persone non più con atteggiamento burocratico – assistenziale.

Marisa Palasciano””

Il discorso relativo alla  definizione, o mancata definizione, di “centro antiviolenza”, dovrà essere approfondito.

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