VIOLENZA. A quando la riapertura della casa rifugio di Cosenza?

(Cosenza) La notizia non l’hanno voluta rendere subito pubblica. Fino a settembre hanno sperato che qualcosa cambiasse a loro favore. Un paio di settimane fa però hanno dovuto cedere ai fatti: la casa rifugio per le donne che subiscono violenza, gestita dal centro Roberta Lanzino di Cosenza, ha chiuso. Per mancanza di fondi. La legge regionale numero 20 che finanzia i centri è durata solo per un anno. È a progetto. Da giugno quel progetto è finito. Il sostegno che invece dava la Provincia non c’è più dal 2007, ed è cessata anche l’esigua convenzione con il Comune.

Le donne che si trovano in difficoltà possono ancora contare sul telefono rosa gestito sempre dal centro antiviolenza Roberta Lanzino, che mette a disposizione una variegata assistenza che va da quella legale a all’assistenza psicologica. Ma se qualcuna di loro si dovesse trovare senza casa e senza lavoro non saprebbe più dove andare. La casa rifugio di Cosenza è infatti, in Calabria, unica nel suo genere.

Continuiamo a usare il presente, perché le volontarie del centro non mollano. Il loro lavoro va avanti su tutto il resto e anche sulla riapertura della casa non si danno per vinte. E nonostante il silenzio delle istituzioni sono pronte a dare battaglia, grazie anche alla solidarietà che è giunta loro dalle reti di donne calabresi. E così sabato prossimo si sono date appuntamento proprio a Cosenza, per una riunione dove si parlerà della chiusura della casa rifugio ma non solo. Alle 16, alla Casa delle culture, si discuterà infatti di violenza contro le donne e di cultura di genere. Si parlerà, tra donne e associazioni che provengono da tutta la Regione, di politica. Perché, come avviene quando di mezzo c’è un centro antiviolenza, si sta lavorando per una società migliore per tutti, si sta parlando di un sapere che salva le singole vite (la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne in Europa) ma insieme rivede l’idea complessiva dello stare insieme tra donne e uomini.

E’ per questa ragione che le protagoniste di questa vicenda vanno avanti. Alle spalle tanta fatica, ma anche tante soddisfazioni.

Il centro è nato nell’88 subito dopo l’uccisione di Roberta Lanzino, la giovane che fu violentata e poi uccisa brutalmente nelle campagne della costa tirrenica cosentina. Il processo riprende proprio domani davanti alla Corte D’Assise di Cosenza. In attesa di sapere la verità, il centro in questi anni non si è mai fermato. E nel 2000, grazie al lavoro completamente volontario, le 15 socie riescono a far vivere anche la casa per le donne che subiscono violenza. Come “rifugio” un appartamento preso in affitto. Dentro quelle mura, per dieci anni, sono passate tante storie, tante vite che si sono potute ricostruire lontane dal marito o compagno violento. Oggi questa possibilità non c’è più.

Eppure le istituzioni non dicono nulla. Un silenzio pesante sia da parte della Regione, sia da parte del Comune e della Provincia. La prima è di centrodestra, le altre due amministrazioni sono di centrosinistra, ma l’atteggiamento è uguale. «Non è questione di destra o di sinistra – commenta Daniella Ceci, operatrice d’accoglienza del centro -. Il problema è capire quanto sia importante sconfiggere la violenza contro le donne e valorizzare la cultura di genere».

Daniella insegna filosofia ma insieme alle altre volontarie fa i turni per garantire che il centro funzioni sempre al meglio. «Anche la casa rifugio – sottolinea – la abbiamo voluta noi. Non nasce come progetto della Regione. Ma siamo state noi che siamo riuscite a finanziarla con i soldi destinati alle attività di accoglienza del centro. Oggi l’assenza delle istituzioni ci colpisce ancora di più perché Provincia e Comune hanno firmato con noi un protocollo d’intesa che vede come referente il centro Roberta Lanzino. Siamo cioè territorio pilota della Rete nazionale Arianna che fa riferimento al numero verde antiviolenza 1522».

E’ questo uno dei tanti riconoscimenti e delle tante attività. Oltre al telefono rosa le donne del centro portano avanti corsi di formazione con la Asp (Azienda sanitaria provinciale) e seminari con l’Università. Tutte esperienze importanti che però non possono e non devono nascondere il problema della casa rifugio. Da qui l’attesa per sabato quando l’assemblea alla Casa delle culture darà voce alla protesta e alle proposte. Ma anche l’attesa perché le amministrazioni prendano parola e si rendano disponibili a risolvere il problema. «Un altro piano ancora – sottolinea Ceci – è quello di intervento sulla legge. Non può infatti andar bene una normativa che finanzia i centri una tantum come quella calabrese».

La riapertura della casa rifugio sarebbe un grande atto di civiltà. Spesso infatti si dimentica che finanziare e appoggiare il lavoro dei centri antiviolenza significa salvare tante vite. Le donne continuano a morire a causa della violenza domestica. E’ però ipocrita ricordarsene solo dopo, quando hanno perso la vita e non si è fatto nulla per salvarle.

(Delt@ Anno VIII, n. 187 del 6 ottobre 2010) (copyright Calabria Ora) Angela Azzaro

Annunci
Contrassegnato da tag ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: