Dall’idea della Rete alla sua realizzazione.

Le donne calabresi in rete si incontrano (strill.it)

di Denise Celentano – L’avevano promesso e l’hanno fatto: si sono unite nella rete delle donne calabresi. Sabato 9 ottobre la Casa delle Culture di Cosenza ha ospitato un evento raro per la Calabria:

singole cittadine e diverse associazioni, accorse numerose da tutte le province della regione (e oltre), hanno superato ogni particolarismo per esserci, discutere, fare. Da un’idea lanciata su facebook diventata realtà, in decine si sono incontrate per definire le linee di azione per impedire la chiusura del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza – ma anche per iniziare a contare in una Calabria che, a partire dalla schiacciante preminenza maschile della sua Giunta, ancora nel complesso fatica ad assimilare il concetto di pari opportunità.

“La chiusura per mancanza di fondi del Centro è una sconfitta non solo per noi che operiamo da anni nella struttura, ma per l’intera società e la politica”, afferma Antonella Veltri, del Lanzino, che così continua:“nell’88, scosse per la morte di Roberta Lanzino – giovane calabrese stuprata e uccisa barbaramente in strada (NdA) – abbiamo deciso di fondare il Centro, dal 2000 anche casa rifugio; ci siamo formate studiando fuori, per poter operare restituendo alle donne il loro valore. Così il nostro Centro è diventato l’unico in Calabria a far parte del Circuito Nazionale dei Centri Antiviolenza. Ma i finanziamenti quest’anno non sono arrivati, perciò siamo state costrette a chiudere il rifugio, indispensabile per un concreto aiuto alle donne in difficoltà, anche se da mesi continuiamo, senza risorse, ad ascoltare ed assistere chi ci chiede aiuto”. Veltri prosegue invitando a riflettere sul fatto che la violenza alle donne non può essere letta con la stessa lente con cui vengono interpretati gli “omicidi ordinari”. Il femminicidio è infatti solo la punta dell’iceberg di un fenomeno culturale piú vasto che investe direttamente le dinamiche di potere nella relazione tra i generi: sottovalutare questa realtà si traduce in mancate misure preventive che diventano, a loro volta, allarme sociale.

Finora hanno preferito evitare il clamore mediatico, Antonella Veltri e le altre operatrici del Lanzino, ma il problema persiste, a causa dell’inadempimento da parte delle istituzioni regionali della Legge n. 20 del 21 agosto 2007 a sostegno dei centri antiviolenza, con la mancata emissione del relativo bando annuale, il cui limite è fissato nella legge al 30 settembre: un’omissione grave che chiama direttamente in causa le istituzioni, non a caso ‘le grandi assenti’ all’incontro di sabato.

Nonostante le tante rappresentanze istituzionali che avevano garantito la presenza all’incontro, solo l’Assessora Corigliano della Provincia di Cosenza ha partecipato: “consultandomi con la mia dirigente, siamo giunte alla conclusione che non possiamo sostenere in maniera sistemica il Centro. Tuttavia assumo l’impegno per un tavolo interistituzionale, per collaborazioni e progetti col Centro Lanzino”, parole che hanno suscitato forti reazioni tra le presenti. E data la schiettezza e il taglio operativo dell’incontro, le repliche non si sono fatte attendere: “apprezziamo la sensibilità dell’Assessora presente oggi, ma dispiace che la soluzione sia questa, poiché non ci svincola dal problema. Un centro antiviolenza non può andare avanti con azioni disarticolate, con finanziamenti a singhiozzo, ci vuole un intervento sistemico. L’assenza delle istituzioni continua nonostante le telefonate e le dichiarazioni alla stampa di ieri e oggi: quella che ci offrono è una mano, sì, tesa, ma vuota”, così tagliano corto le operatrici del Lanzino, col disincanto di chi è abituato ad ascoltare false promesse; e sulla stessa linea d’onda Anna Pascuzzo, della Commissione Pari Opportunità di Catanzaro, che in questi termini apostrofa Corigliano: “può un limite burocratico, formale, tarpare le ali a un intervento di grande impatto sociale?”; mentre Giovanna Vingelli, docente del Centro di Women’s Studies dell’Università della Calabria, replica a sua volta con fermezza: “non bastano azioni nello stile ‘Telethon’, in Calabria c’è un problema di genere che va affrontato seriamente. Altro che ‘rivoluzione gentile’: non possiamo continuare a essere gentili, noi dobbiamo arrabbiarci”.

Nessuna assunzione di responsabilità da alcuno, dunque. Un silenzio che è diretta espressione della mancanza di cultura di genere nella regione e nei palazzi del potere, così denunciano le donne in rete. La violenza alle donne, in tutte le sue forme, anche mediatiche (ricorrente durante il dibattito è stato il ricordo di Sarah Scazzi, “stuprata anche dopo la morte da una comunicazione televisiva violenta”), non viene affrontata di petto, non viene considerato un problema prioritario.

Il dibattito si surriscalda, ma senza sterile conflittualità: ogni intervento si distingue, infatti, per concretezza e propositività, il tutto su uno sfondo di lucida rabbia che lascia pochi dubbi rispetto agli scenari futuri che intendono avviare le Donne Calabresi in Rete. Donne sveglie e intelligenti: avvocate, ricercatrici universitarie, giornaliste, psicologhe, “precarie”, esponenti dell’associazionismo e singole cittadine; donne unitesi spontaneamente, che nonostante le differenze muovono da un unico motivo comune: la consapevolezza dell’importanza di un intervento tempestivo contro la chiusura del Centro, e al contempo del rafforzamento del gruppo, nato spontaneamente nell’emergenza, sì, ma all’insegna di una progettualità di ampio respiro.

Nel dibattito dunque non c’è spazio per il pessimismo, per la sterile denuncia. Le donne presenti vogliono legarsi in rete per incidere nella realtà, stufe di vedere la Calabria cadere culturalmente e politicamente a pezzi anche quando si tratta di donne. Perciò fioccano le proposte: “questa rete è importante, deve continuare a vivere. Grazie a internet possiamo condurre un lavoro collettivo, quello di cui si aveva bisogno. Questo incontro è l’ennesima dimostrazione che non è vero che le donne in Calabria sono zitte: non hanno voce, perché non viene data loro voce. E se è vero che non esistono politiche di genere significative, non possiamo continuare ad aspettare la sensibilità dell’una o l’altra amministrazione: dobbiamo fare rete e farci sentire” così propone Elena Hoo, dell’Associazione Emily di Cosenza, secondo una linea bene accolta da tutte.

Le fa eco Laura Cirella, dell’Udi di Reggio Calabria: “Il Centro Lanzino è un riferimento primario a livello regionale. A Reggio Calabria, ad esempio, manca un Centro Antiviolenza con rifugio. Se la situazione è questa, è anche perché le donne in politica sono poche e poco valorizzate. Perciò che la rete non finisca qui. E invito a far nostro il motto dell’UDI: ’50e50 ovunque si decide’”.

La sensazione una volta concluso il dibattito è che di queste Donne Calabresi in Rete si sentirà parlare ancora. Sembra proprio che facciano sul serio.

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